Il Papa in Asia: l’ultima frontiera del cattolicesimo

TOMADO DE: http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francisco-francis-corea-del-sud-corea-del-sur-south-korea-33460/

14/04/2014

(©Ansa) IL PAPA CON UN SACERDOTE COREANO (AGOSTO 2013)

(©Ansa) IL PAPA CON UN SACERDOTE COREANO (AGOSTO 2013)

Ad agosto andrà nella Corea che a differenza di altri Paesi dell’area fu evangelizzata dagli stessi coreani

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Il viaggio in Corea del prossimo Ferragosto che Papa Francesco ha annunciato ieri, al termine della messa delle Palme che ha iniziato i riti della Settimana Santa, è in qualche modo un’eredità del pontificato precedente. Benedetto XVI, infatti, non aveva potuto affrontare, come avrebbe desiderato, una lunga trasferta in estremo Oriente.

«Ho la gioia di annunciare – ha detto Papa Bergoglio all’Angelus – che, a Dio piacendo, il 15 agosto prossimo, a Daejon, nella Repubblica di Corea, incontrerò i giovani dell’Asia nel loro grande raduno continentale». La conferma è arrivata ieri perché nella Domenica delle Palme in tutto il mondo si celebra la Giornata della Gioventù, e Francesco in Corea parteciperà all’incontro dei giovani asiatici.

Ma il viaggio, nonostante la sua brevità – quattro giorni più uno di viaggio – tipica dei pellegrinaggi di un Papa che si allontana dalla sua diocesi, Roma, per il minor tempo possibile, ha indubbiamente una valenza che va al di là dell’occasione che lo ha originato. E ha certamente anche una portata geopolitica: il Papa visita un Paese, la Corea, diviso in due Stati, in uno dei quali sopravvive un esempio di socialismo reale con uno dei livelli più bassi di diritti umani. Due Stati sempre sull’orlo di un conflitto che ha rischiato e rischia di assumere una portata mondiale.

L’Asia rappresenta la grande sfida per il futuro della Chiesa cattolica. Oggi è il meno cristianizzato dei cinque continenti, e in alcuni dei Paesi di quell’area, dove convivono civiltà, culture e religioni millenarie molto lontane da quelle che hanno caratterizzato la storia dell’Occidente, la fede cristiana viene spesso associata all’Europa e al colonialismo. In Corea, però, la fede cristiana è stata introdotta dagli stessi coreani, alcuni letterati che nel Seicento avevano conosciuto l’annuncio cristiano attraverso i libri scritti in lingua cinese dai missionari europei.

La sfida per la Chiesa e per un vescovo di Roma come Francesco, il quale da giovane sognava di poter fare il missionario in Giappone, un Paese dove vi è stata una significativa presenza dei gesuiti, è quella di annunciare un messaggio evangelico capace di comunicarsi valorizzando e non mortificando le più diverse culture come avvenne alle origini del cristianesimo. Proprio come seppe fare il grande gesuita Matteo Ricci, ancora oggi ricordato e celebrato in Cina per la sua capacità di assumere cultura e usanze di quel grande Paese.

È in Asia, e in particolare in Cina, che si gioca una partita cruciale per il cattolicesimo nel confronto con il governo di Pechino, che da decenni cerca di esercitare un controllo sulla Chiesa perseguendo una politica religiosa che pretende di interferire nelle sue dinamiche interne, come ad esempio nella nomina dei vescovi. Ma che ora guarda con attenzione a un Pontefice arrivato per la prima volta dopo molti secoli sulla cattedra di Pietro dal di fuori dell’Europa. Ed è sempre in Asia che si gioca anche il confronto con alcune delle forme più radicali dell’islam.

Published in: on 14 abril 2014 at 18:07  Dejar un comentario  

Wojtyla patrono delle Gmg e Francesco in Corea a Ferragosto

Tomado de: http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francis-francisco-angelus-33444/

13/04/2014

(©Afp) Il Papa nella Domenica delle Palme

(©Afp) Il Papa nella Domenica delle Palme

Gli annunci del Papa all’Angelus. “Siamo Giuda o Pilato?”: alla Messa delle Palme punta l’indice contro “il sospetto, il pregiudizio, il calcolo”

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

“Siamo Giuda, Pilato o i farisei? Dobbiamo scegliere tra i protagonisti della Passione”. Francesco stigmatizza “il sospetto, il pregiudizio, il calcolo”, mette in guardia dalle “persone importanti” e indica il modello dei “semplici e umili”. Come in ogni tempo, “gli uomini di oggi sono chiamati a prendere posizione su Gesù”. Dunque “ci farà bene farci una domanda: chi sono io davanti al mio Signore, chi sono io davanti a Gesù che entra di festa in Gerusalemme? Sono capace di esprimere la mia gioia e di gridarla o prendo le distanze? Chi sono io davanti a Gesù che soffre? Abbiamo sentito tanti nomi. Il gruppo dei dirigenti, i farisei maestri della legge che avevano deciso di ucciderlo, aspettavano l’opportunità di prenderlo. Sono io come uno di loro?. E abbiamo sentito un altro nome: Giuda, che lo ha tradito per 30 monete. Sono io come Giuda?”.

Infatti “questa settimana tutto il popolo accoglie Gesù, i bambini lodano, cantano, ma questa settimana va avanti nel mistero della morte di Gesù e la sua Risurrezione, abbiamo sentito la passione del Signore, soltanto ci farà bene farci una domanda, chi sono io? Chi sono io davanti al mio Signore? Chi sono io davanti a Gesù che entra di festa in Gerusalemme? Sono capace di esprimere la mia gioia, di lodarlo? O prendo distanza? Chi sono io davanti a Gesù che soffre?”.

 Ha proseguito Francesco: “Abbiamo sentito tanti nomi, tanti nomi, il gruppo dei dirigenti, alcuni sacerdoti, alcuni farisei, maestri della legge che avevano deciso di ucciderlo, aspettavano l’opportunità di prenderlo. Sono io come uno di loro? Anche abbiamo sentito un altro nome, Giuda, trenta monete, sono io come Giuda? Abbiamo sentito altri nomi, discepoli che non capivano niente, che si addormentavano mentre il Signore soffriva. Mia vita è addormentata? O sono come i discepoli, che non capivano cosa fosse tradire Gesù? Come quell’altro discepolo che voleva soluzionare tutto con la spada. Sono io come loro? Sono io come Giuda che fa finta di amare e bacia il maestro per consegnarlo? Per tradirlo? Sono io traditore? Sono io come quei dirigenti che di fretta fanno il tribunale e cercano falsi testimoni? Sono io come loro? E quando faccio queste cose, se io le faccio, credo che con questo salvo il popolo? Sono io come Pilato che quando vedo che la situazione è difficile me ne lavo le mani? E non so assumere la mia responsabilità e lascio condannare o condanno io le persone?”.

 Oppure “sono io come quella folla che non sapeva bene se era in una riunione religiosa, in un giudizio, o in un circo, e sceglie Barabba, per loro era lo stesso, era più divertente per umiliare Gesù. Sono io come i soldati che colpiscono il Signore, sputano addosso a lui, insultano, si divertono con l’umiliazione del Signore? Sono io come il cireneo che tornava dal lavoro affaticato ma ha avuto la buona volontà di aiutare il Signore a portare la croce? Sono io come quelli che passavano davanti alla croce e facevano di Gesù motivo di beffa: “ma tanto coraggioso, scenda dalla croce e noi crederemo in lui”. La beffa a Gesù. Sono io come quelle donne coraggiose e come la mamma di Gesù che erano lì, soffrivano in silenzio? Sono io come Giuseppe, il discepolo nascosto, che porta il corpo di Gesù con amore per dargli sepoltura? Sono io come queste due Marie che rimangono alla porta del sepolcro piangendo, pregando? Sono io come questi dirigenti che il giorno seguente sono andati da Pilato per dire ‘ma guardi che questo diceva che risusciterebbe, ma che non venga un altro inganno’ e bloccano la vita, bloccano il sepolcro, per difendere la dottrina, perché la vita non venga fuori? Dove è il mio cuore, a quale di queste persone mi assomiglio? E questa domanda ci accompagni per tutta la settimana”.

 Impugnando un pastorale di legno d’olivo sormontato da una semplice croce donatogli dai detenuti del Carcere di Sanremo, Francesco ha presieduto in piazza San Pietro la Solenne Celebrazione liturgica della Domenica delle Palme e della Passione del Signore. All’inizio del rito, al centro della piazza, presso l’obelisco, il Papa, indossando il mantello liturgico rosso, ha benedetto le palme e gli ulivi per poi seguire, a bordo della jeeep scoperta, la processione verso il sagrato, dove celebra la Messa della Passione del Signore davanti a una grandissima folla di fedeli.

 Alla Celebrazione prendono parte – in occasione della ricorrenza diocesana della 29esima Giornata della Gioventù, sul tema: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” – giovani di Roma e di altre diocesi, tra i quali una delegazione giunta da Rio de Janeiro, sede dell’ultima Gmg, con il neo-cardinale Joao Orani Tempesta, per consegnare la croce delle Giornate mondiali della Gioventù a una delegazione di Cracovia, dove si terrà la prossima.

 La liturgia è iniziata con la benedizione dei tradizionali “parmureli” provenienti da Sanremo e Bordighera: tremila rami di palma intrecciati secondo l’antica tradizione del ponente ligure. Il “parmurelu” riservato al Papa è stato intrecciato con tre foglie di palma unite, a simboleggiare la Trinità. Gli olivi e i fiori che ornano piazza San Pietro provengono dalla Puglia. In particolare, lo spazio intorno all’obelisco richiama l’accoglienza di Cristo a Gerusalemme. Il pastorale usato dal Papa è stato realizzato in legno di olivo dai detenuti del Carcere di Sanremo. Il Vangelo proposto dalla liturgia racconta la Passione del Signore secondo Matteo. Durante la preghiera dei fedeli c’è un’intenzione in francese per “i perseguitati a causa della fede”, affinché il “sacrificio d’amore” del Signore “sostenga la fedeltà e la mitezza dei cristiani” durante la prova.

 In cinese si è pregato per la pace tra i popoli e la giustizia nel mondo. Di questa domenica delle Palme rimarrà soprattutto la domenda di Francesco: “Dove è il mio cuore, a quale di queste persone mi assomiglio? E questa domanda ci accompagni per tutta la settimana”. Con queste parole il Papa ha concluso la sua omelia, interamente a braccio, nella quale ha analizzato l’atteggiamento di tanti personaggi durante la Passione e la morte di Cristo, interrogandosi sui diversi modi di guardare a Gesù. Tra gli atteggiamenti che ha analizzato, quelli dei farisei, di Giuda, delle donne al sepolcro, di Giuseppe di Arimatea.

 Giovanni Paolo II sarà il grande patrono delle Giornate mondiali delle Gioventù e a Ferragosto Francesco inconterà in Corea i giovani asiatici. Il Papa, all’Angelus recitato sul sagrato di San Pietro, ha affidato ai giovani polacchi la croce delle Gmg consegnata loro dai giovani brasiliani, e ha ricordato che l’affidamento della croce fu compiuto trenta anni fa da Papa Wojtyla. “Egli – ha ricordato Bergoglio – chiese loro di portarla in tutto il mondo come segno dell’amore di Cristo per l’umanità. Il prossimo 27 aprile avremo tutti la gioia di celebrare la canonizzazione di questo Papa, insieme con Giovanni XXIII. Giovanni Paolo II, che è stato l’ideatore delle Giornate mondiali della Gioventù, ne diventerà il grande patrono, nella comunione dei santi continuerà ad essere per i giovani del mondo un padre e un amico”.

 Inoltre “ho la gioia di annunciare che, a Dio piacendo, il 15 agosto prossimo, a Daejon, nella Repubblica di Corea, incontrerò i giovani dell’Asia nel loro grande raduno continentale”.

Published in: on 14 abril 2014 at 17:59  Dejar un comentario  

Papa Francisco pide por la paz en Ucrania

Artículo tomado de: http://www.aleteia.org/

© AFP PHOTO / POOL/ ALESSANDRO BIANCHI

La oración del Papa para Ucrania en la segunda jornada del Consistorio

ROMA (aleteia.org).  El papa Francisco abrió este viernes la segunda jornada del Consistorio Extraordinario sobre la Familia orando por Ucrania. El Papa y la asamblea demostraron su cercanía a la situación de violencia que golpea a la capital del país, Kiev, informó Radio Vaticana.
El Papa dijo en el Aula Nueva del Vaticano que envía un saludo, no solo personal, sino a “nombre de todos” (los presentes), dirigido a los “cardenales ucranianos- el cardenal Jaworski, arzobispo emérito de Leopoli, y al Cardenal Husar, arzobispo mayor emérito de Kiev – que en estos días sufren tanto y tiene tantas dificultades en su país”.
El Papa invito a la asamblea a hacer llegar un mensaje de solidaridad al pueblo de Ucrania en momentos en que la Iglesia exhorta por una solución pacifica a las protestas.
Aumentan las victimas de la violencia en Ucrania. Oleh Musiy, coordinador médico de los manifestantes, dijo a AP que al menos 70 opositores murieron el jueves y 500 sufrieron heridas. El Ministerio del Interior indicó que tres policías murieron y 28 sufrieron heridas de arma de fuego.
Published in: on 21 febrero 2014 at 18:50  Dejar un comentario  

El Papa destaca la figura de Juan Pablo II y pide a obispos polacos que no haya divisiones

Tomado de Aica   http://www.aica.org/

El Papa destaca la figura de Juan Pablo II y pide a obispos polacos que no haya divisiones

Ciudad del Vaticano (AICA): El papa Francisco recibió hoy, casi en vísperas de la canonización del beato Juan Pablo II, a los obispos de la Conferencia Episcopal de Polonia al final de su quinquenal visita “ad limina” y se refirió al próximo santo como a un “gran pastor que nos guía desde el Cielo y nos recuerda lo importante que es la comunión espiritual y pastoral entre los obispos”, e invitó a sus compatriotas a que nada ni nadie introduzca divisiones entre ellos porque están llamados “a construir la comunión y la paz enraizadas en el amor fraternal y a dar a todos un ejemplo alentador” que brindará a su pueblo “la fuerza de la esperanza”. También los exhortó a preguntarse cómo mejorar la preparación de los jóvenes para el matrimonio a fin de que “descubran la belleza de esta unión fundada en el amor y la responsabilidad” y cómo “ayudar a las familias a vivir y apreciar tanto los momentos de alegría como los de dolor y debilidad”.

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El papa Francisco recibió hoy, casi en vísperas de la canonización del beato Juan Pablo II, a los obispos de la Conferencia Episcopal de Polonia al final de su quinquenal visita “ad limina” y se refirió al próximo santo como a un “gran pastor que nos guía desde el Cielo y nos recuerda lo importante que es la comunión espiritual y pastoral entre los obispos”, e invitó a sus compatriotas a que nada ni nadie introduzca divisiones entre ellos porque están llamados “a construir la comunión y la paz enraizadas en el amor fraternal y a dar a todos un ejemplo alentador “ que brindará a su pueblo “la fuerza de la esperanza”.
Según el Vatican Information Service (VIS), las conversaciones que el Obispo de Roma tuvo estos días con los prelados polacos confirmaron que la Iglesia en Polonia tiene “un gran potencial de fe y oración, de caridad y práctica cristiana” y esto “favorece la formación del pueblo cristiano, la práctica motivada y comprometida la disponibilidad de los laicos y religiosos a cooperar activamente en la comunidad eclesial y en las estructuras sociales”.
Sin embargo, también hay un cierto declive en varios aspectos de la vida cristiana que requieren “un discernimiento , una búsqueda de motivos y formas de afrontar nuevos retos, como – por ejemplo – la idea de la libertad sin límites, la tolerancia hostil o desconfiada de la verdad, o el malhumor por la justa oposición de la Iglesia al relativismo imperante”.
“La familia, ‘lugar donde se aprende a convivir en la diferencia y a pertenecer unos a otros y donde los padres transmiten la fe a sus hijos’, debe ocupar el centro del ministerio pastoral ordinario de los obispos, también porque “hoy el matrimonio se considera a menudo una forma de gratificación emocional que se puede constituir de cualquier forma y modificar de acuerdo a la sensibilidad de cada uno. Por desgracia, esta visión también afecta a la mentalidad de los cristianos y desemboca en la facilidad para recurrir al divorcio o a la separación de hecho”, precisó.
Por eso, recordó que “los pastores están llamados a interrogarse sobre cómo ayudar a los que viven en esta situación, para que no se sientan excluidos de la misericordia de Dios, del amor fraternal de otros cristianos, ni de la solicitud de la Iglesia por su salvación”. También deben plantearse la cuestión de cómo ayudarlos “a no abandonar la fe y a hacer crecer a sus hijos en la plenitud de la experiencia cristiana”. En este ámbito hay que preguntarse igualmente cómo mejorar la preparación de los jóvenes para el matrimonio para que “descubran la belleza de esta unión fundada en el amor y la responsabilidad” y cómo “ayudar a las familias a vivir y apreciar tanto los momentos de alegría como los de dolor y debilidad”.
Con la perspectiva de la próxima Jornada Mundial de la Juventud (JMJ), que tendrá lugar en Cracovia en 2016, el Papa piensa en los jóvenes, “que con las personas mayores son la esperanza de la Iglesia” y a los que hoy un mundo informático “proporciona nuevas oportunidades para la comunicación pero al mismo tiempo reduce las relaciones interpersonales de contacto directo, de intercambio de valores y experiencias compartidas. Sin embargo, en los corazones de los jóvenes hay una aspiración a algo más profundo, que valorice en plenitud su personalidad y hay que salir al encuentro de ese deseo”. Una buena oportunidad, en ese sentido la ofrece la catequesis a la que participan en Polonia la mayoría de los alumnos en las escuelas y alcanzan así una buena comprensión de las verdades de la fe. “La religión cristiana, sin embargo -ha subrayado Francisco- no es una ciencia abstracta, sino un conocimiento existencial de Cristo, una relación personal con Dios que es amor “.
El tercer tema del discurso del Papa fue la vocación al sacerdocio y a la vida consagrada. Después de constatar que son muchos los sacerdotes polacos que ejercen su ministerio tanto en las Iglesias locales como en el extranjero y en las misiones, elogió las universidades y facultades de Teología de Polonia en las que “los seminaristas consiguen una válida preparación intelectual y pastoral… que debe ir siempre acompañada de la formación humana y espiritual”.
Pero, en el sacerdocio, “la luz del testimonio puede ofuscarse o ‘esconderse debajo de un almud’ si le faltara el espíritu misionero, la voluntad de ‘salir’ en una renovada conversión misionera para buscar – también en las periferias – y acercarse a los que esperan la Buena Nueva de Cristo. Este estilo apostólico requiere también un espíritu de pobreza, de abandono, para ser libres en el anuncio y sinceros en el testimonio de la caridad”, recordó.
Al referirse a las vocaciones a la vida consagrada, especialmente las de las mujeres, el Papa sostuvo que “preocupa la disminución de la afiliación a las congregaciones religiosas en Polonia, un fenómeno complejo cuyas causas son múltiples”. “Espero -apuntó- que los institutos religiosos femeninos sigan siendo -de forma adecuada a nuestros tiempos- lugares privilegiados de la afirmación y el crecimiento humano y espiritual de la mujer. Y las religiosas deben estar listas para hacer frente a tareas y misiones difíciles y exigentes, que valoricen sus capacidades intelectuales, afectivas y espirituales, su talentos y carismas personales”.
Francisco concluyó exhortando a la solicitud por los pobres porque también en Polonia, a pesar del actual desarrollo económico del país, “hay tantos necesitados, desempleados, personas sin hogar, enfermos, abandonados, así como muchas familias – sobre todo numerosas – sin medios suficientes para vivir y educar a sus hijos. ¡Estén cerca de ellos! Sé todo lo que en este campo hace la Iglesia en Polonia, mostrando gran generosidad no sólo en patria, sino también en otros países de todo el mundo. Les doy las gracias. Continúen alentando a todos a tener la “creatividad de la caridad ” y a practicarla siempre. Y no se olviden de los que, por diversas razones dejan el país y tratan de construir una nueva vida en el extranjero. Su creciente número y sus necesidades quizás requieran más atención por parte de la Conferencia Episcopal. Acompáñelos con la atención pastoral adecuada para que puedan mantener la fe y las tradiciones religiosas del pueblo polaco”.+
Published in: on 7 febrero 2014 at 17:38  Dejar un comentario  

Homilía del viernes: Hacer las paces con los demás con humildad cuando reñimos

Artículo tomado de: https://www.facebook.com/news.va.es

No es fácil construir el diálogo con los demás, especialmente si nos divide el rencor. Pero el cristiano busca siempre el camino de escucha y reconciliación, con humildad y docilidad, porque eso es lo que nos ha enseñado Jesús. Fue en síntesis el pensamiento del Papa Francisco en su homilía durante la Misa de la mañana en la Casa de Santa Marta.

Me rompo, pero no me doblego, afirma un cierto dicho popular. Me doblego para no romperme, sugiere la sabiduría cristiana. Dos modos de entender la vida: el primero, con su dureza, fácilmente destinado a levantar muros de incomunicación entre las personas, hasta la degeneración del odio. El segundo, proclive a tender puentes de comprensión, también después de un altercado o una discusión. Pero, advirtió Francisco, a condición de buscar y practicar la humildad”.

La homilía de hoy en Santa Marta fue la continuación de la de ayer. Al centro de la lectura litúrgica y de la reflexión del Papa, nuevamente el enfrentamiento entre el Rey Saúl y David. El segundo tiene ocasión de matar al primero pero, observó el Santo Padre, escoge “otro camino: el camino de acercarse, de esclarecer la situación, de explicarse. El camino del diálogo para hacer la paz”:

“Para dialogar es necesaria la docilidad, sin gritar. Es necesario pensar que la otra persona tiene más que yo, y David lo pensaba: ‘Él es el ungido del Señor, es más importante que yo’. La humildad, la docilidad… Para dialogar, es necesario hacer lo que hoy hemos pedido en la oración, al inicio de la Misa: darse todo a todos. Humildad, docilidad, darse todo a todos; todos sabemos que para hacer esto es necesario tragarse tantas cosas. Pero, debemos hacerlo, porque la paz se consigue así: con la humildad, la humillación, buscando siempre ver en el otro la imagen de Dios”.

“Dialogar es difícil”, reconoció el Obispo de Roma. Pero peor que intentar construir un puente con un adversario es dejar crecer en el corazón el rencor hacia él. De esta manera, afirmó, nos quedamos “aislados en este caldo amargo de nuestro resentimiento”.

Un cristiano, en cambio, tiene como modelo a David, que vence el odio con “un acto de humildad”: “Humillarse, y siempre construir puentes, siempre. Siempre. Y esto es ser cristiano. No es fácil. No es fácil. Jesús lo hizo: se humilló hasta el final, nos hizo ver el camino. Y es necesario que no pase mucho tiempo: cuando existe un problema, lo más pronto posible, en el momento en el que se pueda hacer, después de que la tormenta ha pasado, hay que tratar de acercarse al otro con el diálogo, porque el tiempo hace crecer el muro, así como hace crecer la mala hierba que impide el crecimiento del grano. Y cuando los muros crecen es muy difícil la reconciliación: ¡es muy difícil!”.

No es un problema si “alguna vez los platos vuelan” – “en familia, en las comunidades, entre los vecinos” – repitió el Papa. Lo importante es “buscar la paz lo más pronto posible”, con una palabra, un gesto. Un puente antes que un muro, como aquel que por tantos años dividió Berlín. Porque “también, en nuestro corazón – dice Papa Francesco – existe la posibilidad de convertirse en Berlín con un muro que nos separe de los demás”:

“Yo tengo miedo de estos muros, de estos muros que crecen cada día y favorecen los resentimientos. También el odio. Pensemos en este joven David: habría perfectamente podido vengarse, habría podido echar al rey y eligió el camino del diálogo, con la humildad, la mansedumbre, la dulzura. Hoy, podemos pedir a San Francisco de Sales, Doctor de la dulzura, que nos dé a todos nosotros la gracia de hacer puentes con los demás, jamás muros”.

Published in: on 25 enero 2014 at 13:21  Dejar un comentario  

El Papa anuncia su viaje a Amman, Belén y Jerusalen

La Navidad nos revela el amor inmenso de Dios por la humanidad

Published in: on 6 enero 2014 at 14:17  Dejar un comentario  

Ángel Sanz Briz, el Ángel de Budapest

 Tomado de: http://www.aleteia.org/es/

El ingenio del Schindler español para salvar judíos

Ángel Sanz Briz, embajador en Bucarest en 1944, urdió un plan para rescatar a más de 5.200 hebreos del exterminio nazi

“A lo largo de su carrera, mi padre siempre nos decía: lo que tuve el privilegio de hacer en Budapest, es lo más importante que he hecho en mi vida”. Así lo desvelaba su hija Adela de su padre, Ángel Sanz Briz, el diplomático español que salvó del exterminio a más de 5.200 judíos cuando comandaba en 1944 la Embajada española en Budapest. La ciudad estaba ocupada por los nazis y, viendo su final, querían acabar el holocausto de los hebreos y otras etnias con el que habían asolado Europa.
Reconocido posteriormente como “El Ángel de Budapest”, este Schindler español vio la luz en Zaragoza el 28 de septiembre de 1910 de una familia de militares y comerciantes. Estudió Derecho y accedió a la Escuela Diplomática en 1943. Previamente, con el comienzo de nuestra contienda civil, se alistó voluntariamente en el ejército de Franco para acabar en El Cairo tras la resolución del conflicto, que fue su primer destino diplomático. En 1942 abandonó la capital egipcia para engrosar la legación húngara. Llegaba recién casado y asistió al ocaso sangriento del nazismo, contemplando como eran deportados multitud de judíos húngaros a los campos de exterminio para ejecutar la Solución final de Hitler. Todo esto hería la humanidad del cristiano Sanz Briz que hacia gestiones para taponar, aunque fuera débilmente, esa hemorragia de seres humanos hacia las cámaras de gas.

El decreto salvador

Primeramente, junto con el embajador Miguel Ángel de Muguiro, consulta con Madrid las actuaciones a llevar a cabo, pero no tuvo respuesta. En este sentido, había un precedente con el secretario de la embajada en Berlín, Federico Olivar, que había solicitado también apoyo al Ministerio de Asuntos Exteriores para ayudar a los judíos.
De Muguiro rescata un viejo decreto de Primo de Rivera de 1924 que permitía conceder la nacionalidad española a los descendientes de los sefardíes expulsados de España por los Reyes Católicos, con el que tramita el desplazamiento de más de 500 niños a Tánger antes de que fueran exterminados. Los alemanes desconocían que esta ley fue derogada por la Segunda República en 1931, pero cursaron su disgusto a Madrid por la maniobra del embajador español, por lo que tuvo que abandonar la legación y Sanz Briz se convierte en su responsable principal.
Junto con Giorgio Perlasca (de quién se hizo la película El cónsul Perlasca), a quien Sanz Briz nacionaliza y ficha para la Embajada, decide perfeccionar el plan para continuar con la salvación de los judíos. En éste entran en juego los contactos con diplomáticos de otros países, como el embajador sueco Raoul Wallenberg, quien fue a Budapest con la misión de salvar judíos (a él se le atribuye la vida de unos 40.000). Sanz Briz cooperó también con el nuncio apostólico Angelo Rota, el cónsul suizo Carl Lutz y muchos otros diplomáticos que mantenían una red clandestina de salvamento.

Genio aragonés

Briz envió al gobernador nazi Adolf Eichmann una jugosa donación de dinero para salvaguardar la seguridad física de los españoles por parte de las SS y obtener visados para los sefardíes. Los nazis concedieron 200 salvoconductos y Briz y su organización los multiplicaron por más de 5.200.
Años más tarde el diplomático zaragozano narró este “extraño” crecimiento al convertir las dos centenas para individuos en otras tantas  para familias, pues se descompuso la numeración de cada documento en varias letras del abecedario, con lo que se ampliaba enormemente la cantidad de beneficiados, la mayoría de ellos no eran descendientes de sefardíes. El único requisito era no superar el número 200.
Con la vorágine nazi por el curso opuesto de la guerra para sus intereses y por el maléfico afán de acabar con el mayor número de judíos, el diplomático tuvo que alquiler alojamientos para cobijar, alimentar y atender médicamente a los que facilitaba documentos la organización. Recluidos en los lugares la mayor parte del tiempo, los refugiados esperaban sólo los medios de transporte que les llevaran a un país seguro, de cuyos trámites se encargaba Briz, Perlasca y el resto de la red que habían establecido.

Nuevos destinos

De regreso a España, el aragonés no recibió ninguna felicitación ni censura por su labor. Entre 1946 y 1960 estuvo al frente de varias embajadas, legaciones y consulados, entre ellas, la de Lima, Berna, Vaticano y Bayona. En 1960, fue nombrado embajador en Guatemala, donde recibió la Gran Cruz de la Orden del Quetzal. En 1962, fue destinado a Estados Unidos, donde desempeñó el cargo de cónsul general en Nueva York. Años más tarde, en la Embajada de Holanda, le concedieron la Gran Cruz de la Orden de Orange-Nassau. A continuación, pasó unos años en Bélgica, y en 1973 se estableció en China para ser el primer embajador español en Pekín, ante el régimen de Mao Tse-Thung. Su último destino fue el Vaticano, en 1976, como embajador de España ante la Santa Sede, donde le concedieron la Gran Cruz de la Orden de San Gregorio Magno.
En este último destino romano, Ángel Sanz Briz muere en 1980 unos meses antes de cumplir setenta años. Los sefarditas, utilizando su nombre de pila, le pusieron el sobrenombre de “Ángel de Budapest”. En 1991, los herederos de Briz recibieron el título de “Justo entre las Naciones” de manos del Museo del Holocausto Yad Vashem, de Israel, y reconoció su benefactora y desinteresada acción, inscribiendo su nombre en el memorial del Holocausto junto a otros héroes, como el sueco Wallenberg y el alemán Schindler.

Otros españoles “salvajudíos”

El Muro de Honor del Jardín de los Justos en Jerusalén contiene los nombres de unas 22.000 personas a las que reconocen el mérito de haber salvado a hebreos. Ningún español fue incluido antes de que nuestro país estableciera relaciones diplomáticas con Israel, pero posteriormente fueron reconocidos, además de Sanz Briz, José Ruiz Santaella, agregado de la Embajada española en Berlín, y su mujer Carmen Schrader. En octubre de 2007, lo fue Eduardo Propper de Callejón (1895-1972), que como diplomático en París ayudó a escapar a miles de judíos franceses.
En 2008, la Fundación Raoul Wallenberg propuso para Justos entre las Naciones a otros tres diplomáticos españoles: Julio Palencia, Bernardo Rolland de Miota y Sebastián Romero Radigales.
En 2001, Berndt Rother (Franco y el Holocausto) estimaba entre 20.000 y 35.000 los judíos que salvaron su vida gracias a actuaciones de españoles.
Published in: on 3 enero 2014 at 15:13  Dejar un comentario  

Concluimos el año del Señor 2013 agradeciendo y pidiendo perdón, dice el Papa al celebrar las primeras vísperas de la Solemnidad de María Santísima Madre de Dios

Tomado de: http://www.news.va/

2013-12-31 Radio Vaticana

(RV).- A las cinco de la tarde el Papa Francisco presidió en la Basílica de San Pedro las primeras vísperas de la Solemnidad de María Santísima Madre de Dios, con la adoración y bendición Eucarística. Se trató de la última celebración del año 2013, en acción de gracias a Dios y para invocar a María Santísima a fin de que el nuevo año civil 2014 lo comencemos en el Nombre del Señor.

Al término de la celebración el Obispo de Roma fue a la Plaza de San Pedro para detenerse en oración ante el Pesebre y saludar a los numerosos fieles y peregrinos allí reunidos.

En su homilía, el Papa comenzó recordando que el apóstol Juan define el tiempo presente de modo preciso: “Ha llegado la última hora”. Y explicó que esta afirmación – que se lee en la Misa del 31 de diciembre – significa que con la llegada de Dios en la historia estamos ya en los tiempos “últimos”, después de los cuales, el paso final, será la segunda y definitiva venida de Cristo.

Esta tarde, dijo el Papa al final de su homilía, concluimos el año del Señor 2013 agradeciendo y pidiendo perdón. Agradecemos por todos los beneficios que el Señor nos ha dispensado y, sobre todo, por su paciencia y fidelidad, que se manifiestan en la sucesión de los tiempos, pero de modo particular en la plenitud del tiempo, cuando “Dios envió a su Hijo, nacido de una mujer”. Que la Madre de Dios, en cuyo nombre mañana iniciaremos un nuevo tramo de nuestro peregrinaje terrenal, nos enseñe a acoger al Dios hecho hombre, para que cada año, cada mes, cada día esté colmado de su eterno Amor.

(María Fernanda Bernasconi – RV).

Texto completo de la homilía del Santo Padre Francisco:

El apóstol Juan define el tiempo presente en modo preciso: “ha llegado la última hora”, 1 Jn 2, 18. Esta afirmación – que se lee en la Misa del 31 de diciembre – significa que con la llegada de Dios en la historia estamos ya en los tiempos “últimos”, luego de los cuales, el paso final será la segunda y definitiva venida de Cristo. Naturalmente aquí se habla de la calidad del tiempo, no de su cantidad. Con Jesús ha llegado la “plenitud” del tiempo, plenitud de significado y plenitud de salvación. Y no habrá más una nueva revelación, sino la manifestación plena de aquello que Jesús ha ya revelado. En este sentido estamos en la “última hora”, cada momento de nuestra vida es definitivo y cada acción nuestra está cargada de eternidad; de hecho, la respuesta que damos hoy a Dios que nos ama en Jesucristo, incide en nuestro futuro.

La visión bíblica y cristiana del tiempo y de la historia no es cíclica, sino lineal: es un camino que va hacia un cumplimiento. Un año que ha pasado, por lo tanto, no nos lleva a una realidad que termina sino a una realidad que se cumple, es un ulterior paso hacia la meta que está delante de nosotros: una meta de esperanza y una meta de felicidad, porque encontraremos a Dios, razón de nuestra esperanza y fuente de nuestra alegría.

Mientras el año 2013 llega a su final, recogemos, como en un cesto, los días, las semanas, los meses que hemos vivido, para ofrecer todo al Señor. Y preguntémonos, con coraje: ¿cómo hemos vivido el tiempo que Él nos ha donado? ¿Lo hemos usado sobre todo para nosotros mismos, para nuestros intereses, o hemos sabido gastarlo también en los otros? ¿Cuánto tiempo hemos reservado para “estar con Dios”, en la oración, en el silencio, en la adoración?

Y pensemos también en nosotros, ciudadanos romanos, pensemos en esta ciudad de Roma. ¿Qué ha sucedido este año? ¿Qué está sucediendo, y qué cosa sucederá? ¿Cómo es la calidad de la vida en esta Ciudad? ¡Depende de todos nosotros! ¿Cómo es la calidad de nuestra “ciudadanía”? ¿Hemos contribuido este año, en nuestra medida, a hacerla habitable, ordenada, acogedora? En efecto, el rostro de una ciudad es como un mosaico cuyas piezas son todos los que la habitan. Cierto, quien inviste una autoridad tiene mayor responsabilidad, pero cada uno es corresponsable, en el bien y en el mal.

Roma es una ciudad de una belleza única. Su patrimonio espiritual y cultural es extraordinario. Sin embargo, también en Roma hay tantas personas marcadas por miserias materiales y morales, personas pobres, infelices, sufrientes, que interpelan la conciencia no sólo de los responsables públicos, sino de cada ciudadano. En Roma tal vez sintamos más fuerte este contraste entre el entorno majestuoso y lleno de belleza artística, y el malestar social de aquellos a los que les cuesta más.

Roma es una ciudad llena de turistas, pero también colmada de refugiados. Roma está llena de gente que trabaja, pero también de personas que no encuentran trabajo o que desarrollan trabajos mal pagados y a veces indignos; y todos tienen el derecho de ser tratados con la misma actitud de acogida y equidad, porque cada uno es portador de dignidad humana.

Es el último día del año. ¿Qué haremos, como nos comportaremos en el próximo año, para hacer un poco mejor nuestra Ciudad? La Roma del nuevo año tendrá un rostro aún más bello si será más rica de humanidad, hospitalidad, acogida; si todos nosotros somos más atentos y generosos con quien está en dificultad; si sabemos colaborar con espíritu constructivo y solidario, para el bien de todos. La Roma del nuevo año será mejor si no habrá personas que la miran “desde lejos”, “en postales”, que miran su vida solamente desde el balcón, sin involucrarse en tantos problemas humanos, problemas de hombres y mujeres que al final… y desde el principio, lo queramos o no, son nuestros hermanos. En esta perspectiva, la Iglesia de Roma se siente comprometida a dar su propia contribución a la vida y al futuro de la Ciudad, ¡pero es su deber! Se siente comprometida a animarla con la levadura del Evangelio, a ser signo e instrumento de la misericordia de Dios.

Esta tarde concluimos el año del Señor 2013 agradeciendo y pidiendo perdón. Dos cosas juntas: agradecer y pedir perdón. Agradecemos por todos los beneficios que el Señor nos ha dispensado, y sobre todo por su paciencia y fidelidad, que se manifiestan en la sucesión de los tiempos, pero de modo particular en la plenitud del tiempo, cuando “Dios envió a su Hijo, nacido de una mujer”, Gal 4, 4. Que la Madre de Dios, en cuyo nombre mañana iniciaremos un nuevo tramo de nuestro peregrinaje terrenal, nos enseñe a acoger al Dios hecho hombre, para que cada año, cada mes, cada día esté colmado de su eterno Amor. Así sea.

(Traducción de Griselda Mutual y Mariana Puebla – RV).

Published in: on 31 diciembre 2013 at 16:07  Dejar un comentario  

La Paz es “artesanal”

Releamos, profundicemos, porque lo merece:
http://www.news.va/it/news/la-pace-e-artigianale

La pace è artigianale

2013-12-27 L’Osservatore Romano

Rilegge, Papa Francesco, alcune tra le pagine più tristi dell’anno che sta per concludersi, prima di invocare sulla Città e sul mondo il dono della pace. Una pace, dice, che deve essere frutto dell’impegno comune di tutti gli uomini, senza distinzione alcuna.

Anche in occasione del suo primo messaggio urbi et orbi si affaccia, ed è la terza volta, alla Loggia della Benedizione nella semplicità della sua talare bianca e pronuncia parole forti. Ricorda a tutti che la pace non è un equilibrio tra «forze contrarie» né una «bella facciata dietro alla quale ci sono contrasti e divisioni». La pace è un impegno di tutti i giorni, per costruire la quale è necessario il lavoro di tutti gli uomini uniti in un’opera di raffinato artigianato.

Non a caso dice forte «la pace è artigianale», proprio perché deve essere forgiata quasi a mani nude. Mani, ripete, scaldate «dalla tenerezza di Dio». E bisogna cercare le mani di Dio, le sue carezze che «non fanno ferite» ma che danno proprio «pace e forza».

Stare insieme per costruire la pace. Sembra essere la parola d’ordine di questo Natale 2013. Già nella messa della vigilia Papa Francesco aveva rinnovato l’invito a camminare insieme per illuminare con la luce di Dio il futuro dell’umanità. Ma camminare insieme, aveva precisato, non vuol dire trasformarsi in popolo errante: significa piuttosto andare incontro a Gesù, ha detto, affinché egli ci conduca nella terra promessa.

Un cammino certamente difficile, segnato da tappe dolorose. Il Pontefice ha ricordato le più drammatiche: la sofferenza del popolo siriano; quella «spesso dimenticata» della Repubblica Centroafricana; le vittime del Sud Sudan sconvolto da lotte intestine; quelle causate dall’intolleranza religiosa in tanti, troppi Stati del mondo. A soffrirne di più, ha notato il Pontefice, sono i cristiani, costretti a subire accuse ingiuste sino a divenire oggetti di violenze e discriminazioni. E sono tanti «più numerosi che nei primi tempi della Chiesa» ha detto ancora una volta il Papa. Bisogna pregare per loro. Ma non basta. È necessario che si prenda coscienza dell’urgenza di assicurare a tutti i credenti il diritto alla libertà di religione ma non solo sulla carta: in tanti Paesi che proclamano di garantirla «specialmente i cristiani — è stata la denuncia del Papa — incontrano limitazioni e discriminazioni».

Published in: on 28 diciembre 2013 at 17:54  Dejar un comentario  

“Hagamos nuestro el deseo de la Paz”, augurio de Francisco al Mundo

Artículo tomado de: http://www.news.va/es/news/
2013-12-25 Radio Vaticana

(RV).- (Con audio)  Puntualmente al mediodía del miércoles 25 de diciembre el Obispo de Roma se asomó al balcón central de la Basílica de San Pedro (conocido como balcón de las bendiciones) para saludar e impartir su bendición a todo el mundo. “Hoy ha nacido el Salvador, Cristo el Señor”, proclamó Francisco. “No pasemos de largo ante el Niño de Belén. Dejemos que nuestro corazón se conmueva, se enardezca con la ternura de Dios; necesitamos sus caricias. El amor de Dios es grande; a Él la gloria por los siglos”. Recordándonos los actuales conflictos en diversas partes del planeta, el Papa insistió en que Dios es nuestra paz: “pidámosle que nos ayude a construirla cada día, en nuestra vida, en nuestras familias, en nuestras ciudades y naciones, en el mundo entero. Dejémonos conmover por la bondad de Dios”. Deseando a todos una feliz Navidad, el Santo Padre pidió que Jesús, que vino a este mundo por nosotros, consuele a los que pasan por la prueba de la enfermedad y el sufrimiento y sostenga a los que se dedican al servicio de los hermanos más necesitados.

Texto completo del Mensaje Urbi et Orbi del Papa Francisco

«Gloria a Dios en el cielo,y en la tierra paz a los hombres que Dios ama » (Lc 2,14).

Queridos hermanos y hermanas de Roma y del mundo entero, ¡feliz Navidad!Hago mías las palabras del cántico de los ángeles, que se aparecieron a los pastores de Belén la noche de la Navidad. Un cántico que une cielo y tierra, elevando al cielo la alabanza y la gloria y saludando a la tierra de los hombres con el deseo de la paz.

Les invito a todos a hacer suyo este cántico, que es el de cada hombre y mujer que vigila en la noche, que espera un mundo mejor, que se preocupa de los otros, intentado hacer humildemente su proprio deber.Gloria a Dios.

A esto nos invita la Navidad en primer lugar: a dar gloria a Dios, porque es bueno, fiel, misericordioso. En este día mi deseo es que todos puedan conocer el verdadero rostro de Dios, el Padre que nos ha dado a Jesús. Me gustaría que todos pudieran sentir a Dios cerca, sentirse en su presencia, que lo amen, que lo adoren. Y que todos nosotros demos gloria a Dios, sobre todo, con la vida, con una vida entregada por amor a Él y a los hermanos.

Paz a los hombres.La verdadera paz no es un equilibrio de fuerzas opuestas. No es pura “fachada”, que esconde luchas y divisiones. La paz es un compromiso cotidiano, que se logra contando con el don de Dios, con la gracia que nos ha dado en Jesucristo.

Viendo al Niño en el Belén, pensemos en los niños que son las víctimas más vulnerables de las guerras, pero pensemos también en los ancianos, en las mujeres maltratadas, en los enfermos… ¡Las guerras destrozan tantas vidas y causan tanto sufrimiento!Demasiadas ha destrozado en los últimos tiempos el conflicto de Siria, generando odios y venganzas. Sigamos rezando al Señor para que el amado pueblo sirio se vea libre de más sufrimientos y las partes en conflicto pongan fin a la violencia y garanticen el acceso a la ayuda humanitaria. Hemos podido comprobar la fuerza de la oración. Y me alegra que hoy se unan a nuestra oración por la paz en Siria creyentes de diversas confesiones religiosas. No perdamos nunca la fuerza de la oración. La fuerza para decir a Dios: Señor, concede tu paz a Siria y al mundo entero.

Concede la paz a la República Centroafricana, a menudo olvidada por los hombres. Pero tú, Señor, no te olvidas de nadie. Y quieres que reine la paz también en aquella tierra, atormentada por una espiral de violencia y de miseria, donde muchas personas carecen de techo, agua y alimento, sin lo mínimo indispensable para vivir. Que se afiance la concordia en Sudán del Sur, donde las tensiones actuales ya han provocado víctimas y amenazan la pacífica convivencia de este joven Estado.Tú, Príncipe de la paz, convierte el corazón de los violentos, allá donde se encuentren, para que depongan las armas y emprendan el camino del diálogo. Vela por Nigeria, lacerada por continuas violencias que no respetan ni a los inocentes e indefensos. Bendice la tierra que elegiste para venir al mundo y haz que lleguen a feliz término las negociaciones de paz entre israelitas y palestinos. Sana las llagas de la querida tierra de Iraq, azotada todavía por frecuentes atentados.

Tú, Señor de la vida, protege a cuantos sufren persecución a causa de tu nombre. Alienta y conforta a los desplazados y refugiados, especialmente en el Cuerno de África y en el este de la República Democrática del Congo. Haz que los emigrantes, que buscan una vida digna, encuentren acogida y ayuda. Que no asistamos de nuevo a tragedias como las que hemos visto este año, con los numerosos muertos en Lampedusa.Niño de Belén, toca el corazón de cuantos están involucrados en la trata de seres humanos, para que se den cuenta de la gravedad de este delito contra la humanidad. Dirige tu mirada sobre los niños secuestrados, heridos y asesinados en los conflictos armados, y sobre los que se ven obligados a convertirse en soldados, robándoles su infancia.

Señor, del cielo y de la tierra, mira a nuestro planeta, que a menudo la codicia y el egoísmo de los hombres explota indiscriminadamente. Asiste y protege a cuantos son víctimas de los desastres naturales, sobre todo al querido pueblo filipino, gravemente afectado por el reciente tifón.Queridos hermanos y hermanas, en este mundo, en esta humanidad hoy ha nacido el Salvador, Cristo el Señor. No pasemos de largo ante el Niño de Belén. Dejemos que nuestro corazón se conmueva, se enardezca con la ternura de Dios; necesitamos sus caricias. El amor de Dios es grande; a Él la gloria por los siglos. Dios es nuestra paz: pidámosle que nos ayude a construirla cada día, en nuestra vida, en nuestras familias, en nuestras ciudades y naciones, en el mundo entero. Dejémonos conmover por la bondad de Dios.

Saludo navideño del Papa Francisco

A todos ustedes, queridos hermanos y hermanas, venidos de todas partes del mundo a esta Plaza, y a cuantos desde distintos países se unen a nosotros a través de los medios de comunicación social, les deseo Feliz Navidad. En este día, iluminado por la esperanza evangélica que proviene de la humilde gruta de Belén, pido para todos ustedes el don navideño de la alegría y de la paz: para los niños y los ancianos, para los jóvenes y las familias, para los pobres y marginados. Que Jesús, que vino a este mundo por nosotros, consuele a los que pasan por la prueba de la enfermedad y el sufrimiento y sostenga a los que se dedican al servicio de los hermanos más necesitados. ¡Feliz Navidad!

(RC-RV)

Published in: on 25 diciembre 2013 at 10:36  Dejar un comentario  
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